La gente mi chiede perché proprio la Calabria.
Non so rispondere in una sola frase. Ma rispondo con una storia. La Calabria non è una regione che ha avuto una vita tranquilla. È una terra attraversata da tutti – Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni, Spagnoli, Albanesi in fuga dai Turchi. Ognuno di loro ha lasciato qualcosa nel RNA di questa terra, nella pietra, nei tratti del viso di chi ci vive oggi.

Eppure – la Calabria non si è dissolta. Non è diventata di nessuno. Lo so, perché ci ho vissuto. Perché ci ho lavorato con l’olio. Perché ho il mio posto lungo il Fiume Lese, e spiagge selvagge dove non c’è traccia dell’uomo, dove posso stare seduto un’intera giornata senza pensare a nulla, solo al rumore dell’acqua e alla voce del mio mondo interiore.

Quindi siediti un attimo. Te la racconto dall’inizio.
Prima che arrivassero i Greci
Cominciamo da qualcosa che mi fa girare la testa ogni volta che ci penso.
Settecentomila anni fa – non cento, non mille, settecentomila – su questa terra camminavano già degli uomini. Homo erectus, Homo heidelbergensis. Hanno lasciato utensili di pietra, ritrovati a Casella di Maida, a Rosarno, a San Lorenzo Bellizzi. Prima che esistesse una lingua, prima che questo luogo avesse un nome – qualcuno qui cacciava già, accendeva un accampamento, guardava lo stesso mare.
Più tardi, nel Paleolitico medio, arrivò l’uomo di Neanderthal. Le sue tracce sono rimaste nei ripari sotto roccia – a Scalea, a Serra d’Aiello.
E poi, circa novemila anni prima della nostra era, qualcuno entrò nella grotta di Papasidero e incise sulla parete un toro. Bos primigenius. Ancora oggi è uno dei siti di arte rupestre più importanti di tutta Europa – scoperto solo nel 1961, era rimasto lì intatto per millenni.

Solo più tardi, nel Neolitico, la gente cominciò a coltivare la terra, allevare animali, costruire insediamenti stabili – come quello di Capo Alfiere (a sud di Crotone). E nell’età del bronzo e del ferro vivono già comunità che possiamo chiamare per nome: gli Enotri, gli Ausoni, i Choni. Sono loro a costruire i primi insediamenti stabili nel territorio dove più tardi sorgerà Crotone.
Non conosciamo i nomi di questi primi uomini delle caverne. Non conosciamo le loro storie. Ma erano qui quasi un milione di anni prima di noi. Ed è qualcosa su cui vale la pena riflettere, prima di parlare di «culla della civiltà mediterranea» – questa terra ha vissuto a lungo, prima che qualcuno cominciasse a darle un nome.

La Magna Grecia – quando Crotone era il centro del mondo
E qui una curiosità che amo raccontare: è proprio da questa terra che nasce il nome più antico, «Italia». Originariamente indicava solo la punta meridionale della penisola – l’odierna Calabria – dal leggendario re Italo. Solo col tempo si estese a tutto il paese. Prima che qualcuno chiamasse Roma o Milano «Italia», quel nome apparteneva a noi.
744 a.C. Coloni provenienti dalla Calcidica fondano Rhegion – l’odierna Reggio Calabria. Qualche decennio dopo, nel 710 a.C., nasce Sibari – una città così ricca che il suo nome, ancora oggi, indica una vita nel lusso.

E poi nasce Crotone. È proprio lì che, nel VI secolo a.C., si stabilisce Pitagora. Sì, proprio quel Pitagora dei libri di geometria. Vi fonda una scuola – filosofia, matematica, un modo di guardare al mondo come armonia di numeri.

Interessanti sono anche le idee dei pitagorici sull’anima umana – oggi le leggo più come metafora che come dottrina letterale. Credevano che l’anima fosse indipendente dal corpo, capace di unirsi a qualsiasi corpo, e più duratura di esso. Per loro il corpo era una prigione per l’anima, e la sua permanenza lì era la conseguenza di colpe commesse in precedenza. Lo scopo della vita era dunque la purificazione, la liberazione attraverso l’espiazione di quelle colpe, finché, dopo aver attraversato l’intero ciclo delle reincarnazioni, l’anima poteva finalmente liberarsi. E colpisce il fatto che non ricorressero ad altre spiegazioni, come le pene infernali – il conto si regolava qui, sulla terra, nelle vite successive.
Io oggi la comprendo diversamente, ma in uno spirito simile. Per me non è una storia di pena e prigionia. È una storia di elevazione dell’anima – del fatto che il cammino terreno e fisico dell’uomo serve proprio a far sì che l’anima possa innalzarsi, purificarsi, maturare. Il corpo non è una maledizione. È lo strumento di questo cammino.

Riesci a immaginarlo? Che nel luogo dove oggi compri il pesce al mercato di Crotone, duemilacinquecento anni fa camminavano uomini che cercavano di comprendere l’universo attraverso la matematica – e l’anima attraverso l’idea del cammino e della purificazione.
Non è una leggenda. È la terra su cui cammino ancora oggi.


Roma arriva e prende tutto
Roma non conquistò subito questa terra. I popoli italici locali – i Bruzi, discendenti degli Enotri e dei Choni – opposero resistenza. Sostennero perfino Annibale nelle guerre puniche.
Non servì a nulla. Roma era più forte, più paziente, più spietata. La regione divenne una provincia – il Bruzio. Terra da grano e vigneti per la capitale dell’impero.
Ed è qui che c’è qualcosa che mi tocca sempre: da allora, per tutta la sua storia, la Calabria è stata una terra da cui qualcun altro attingeva. Roma prendeva il grano. Più tardi altri prenderanno l’olio, prenderanno le persone attraverso l’emigrazione, prenderanno il meglio, e lasceranno la povertà.
Si ripete. Vale la pena notarlo.
Quando Roma cadde e la Grecia tornò
Anno 476. L’Impero Romano d’Occidente crolla. E la Calabria – invece di scomparire nel caos – torna sotto il potere dei Greci. Bisanzio, l’Impero Romano d’Oriente, di lingua greca e di fede ortodossa, governa questa terra per i successivi seicento anni.
È in questo periodo che la regione riceve il nome che porta ancora oggi – «Calabria». In precedenza questo nome indicava un’altra penisola, oggi parte della Puglia – il Salento. Furono i Bizantini a trasferire qui questo nome.
È allora che i monaci dell’Oriente greco fondano monasteri sulle montagne, fuggendo dalle dispute religiose di Costantinopoli. È allora che a Santa Severina – tra Belvedere di Spinello e Crotone – sorge il battistero bizantino, uno dei monumenti bizantini più antichi e meglio conservati di tutta Italia.

Ed è allora, dall’812, che iniziano le incursioni arabe. Quasi mille anni di paura del mare. L’ultima incursione è documentata nel 1793. Immagina di vivere in una civiltà che per mille anni costruisce torri di avvistamento, perché non si sa mai quando arriveranno gli invasori.
I Normanni pongono fine al potere greco
Anno 1071. Roberto il Guiscardo, condottiero normanno, completa la conquista della Calabria. Bisanzio perde questa terra definitivamente, dopo oltre cinquecento anni di dominio.
La regione entra nell’orbita dell’Occidente – il Regno di Sicilia, poi di Napoli. Il potere passa di mano in mano: Normanni, Svevi, Angioini. Si costruiscono castelli, cattedrali, strutture feudali.
Non è più né il mondo greco né quello romano. È l’Europa medievale – con tutta la sua crudeltà e la sua bellezza.
Gli Aragonesi, la peste e la gente arrivata dal nulla
Anno 1442. Alfonso d’Aragona prende il Regno di Napoli. E qualche anno dopo – nel 1448, poi con un’ondata più massiccia dopo il 1468 – cominciano ad arrivare i profughi dall’Albania.
Fuggivano dai Turchi. Dalla morte del loro eroe, Scanderbeg. Dalla perdita di tutto.
Il re diede loro delle terre – non per pietà. Perché quella terra era vuota. Spopolata da epidemie, terremoti, guerre tra baroni che non risparmiavano nessuno.
Quella gente arrivò dal nulla e ricostruì i villaggi che oggi chiamiamo Arbëria – San Nicola dell’Alto, Carfizzi, Pallagorio, e decine di altri in tutta la Calabria. Seicento anni dopo, i loro discendenti parlano ancora la loro lingua. Indossano ancora i loro abiti tradizionali nei giorni di festa.

È qualcosa che mi insegna umiltà ogni volta che sono lì: si può perdere la casa, ma non è detto che si debba perdere se stessi.
I secoli spagnoli, i filosofi e il terremoto
Sotto il vicereame spagnolo, la Calabria costruisce centocinquantanove torri difensive lungo la costa – continua a difendersi dai pirati. E allo stesso tempo, nello stesso secolo, dà i natali a due tra i più importanti filosofi del Rinascimento italiano: Bernardino Telesio di Cosenza e Tommaso Campanella di Stilo, autore della «Città del Sole».
Una regione che tutti considerano povera e dimenticata produce, nello stesso periodo, un pensiero filosofico che influenza tutta l’Europa.
E poi, nel 1783, arriva il terremoto. Uno dei più forti nella storia del continente. Cambia il paesaggio. Cambia dove la gente può vivere. Apre un nuovo capitolo di sofferenza.

L’unità d’Italia e la gente che non la voleva
Anno 1860. Garibaldi attraversa la Calabria diretto a Napoli. La regione viene annessa all’Italia unita.
Ma l’unità non portò ciò che ci si aspettava. La povertà si aggravò. Negli anni Settanta dell’Ottocento scoppia il brigantaggio – la resistenza armata contadina contro il nuovo stato, che non risolse nulla, ma cambiò solo la bandiera.
È proprio da questo movimento che, col tempo, è nato ciò che il mondo intero chiama oggi mafia – in Calabria, nello specifico, la 'ndrangheta. A mio avviso, all’inizio non si trattava di criminalità. Si trattava di indipendenza – del rifiuto di appartenere per forza a un paese appena nato, la cui capitale si trovava a settecento chilometri a nord e che sapeva poco della vita degli abitanti della Calabria. Il nuovo stato non sosteneva lo sviluppo della regione, non si preoccupava della sorte della gente comune. Così le persone presero in mano le proprie cose – unendo le famiglie, costruendo strutture proprie basate sulla lealtà e sulla difesa reciproca.
Era, nella sua essenza, un’espressione del rifiuto dell’ingerenza esterna. Naturalmente, col tempo apparvero anche coloro che lo trasformarono in pura criminalità – ed è questa una pagina a parte, oscura, di questa storia. Ma la radice del fenomeno è qualcosa di diverso da ciò che oggi si associa alla parola «mafia». Era il grido di persone a cui nessuno aveva chiesto un parere, quando si disegnavano i nuovi confini.
Conosco persone di quelle zone la cui vita non rientra nelle semplici etichette dei giornali. Persone che, a modo loro, difendevano la famiglia, la terra e la dignità in un mondo che quella dignità gliela negava. Non è una giustificazione della violenza – è un promemoria del fatto che la storia raramente è bianca o nera come i titoli dei giornali.
È allora che inizia qualcosa che ha plasmato la Calabria più di qualsiasi invasione – la grande emigrazione. La gente parte – verso l’America, più tardi verso Germania, Svizzera, Belgio. La regione perde metà della sua popolazione.
Io stesso lo conosco da vicino. Perché sono proprio queste persone – quelle rimaste e quelle partite – ad aver creato la Calabria che amo oggi. Alcuni hanno continuato a costruire sul posto. Altri hanno portato questa terra dentro di sé fino all’altro capo del mondo.
La Calabria oggi – tutti gli strati insieme
Quando oggi sto sulla terra calabrese, non sto su una sola storia. Sto su molte, tutte insieme.
Sotto i miei piedi possono esserci tracce degli Enotri di tremila anni fa. Poco più in là – le fondamenta di un tempio greco. Ancora più in là – una chiesa bizantina, un castello normanno, una torre di avvistamento spagnola, un villaggio albanese che parla ancora la propria lingua.



E nonostante tutte queste ondate – Greci, Romani, Bizantini, Normanni, Spagnoli – per migliaia di anni di storia i Calabresi si sentono Calabresi. Non Greci. Non Italiani. Non Spagnoli. È un’identità a sé, forgiata proprio dal fatto che nessuno è mai riuscito a conquistarla fino in fondo.
Queste ondate passeggere – la popolazione autoctona e tutte le culture che sono transitate qui – hanno lasciato un segno non solo nella pietra. Si vedono nei tratti del viso, nel colore degli occhi e dei capelli delle persone che oggi incontri per strada. Si sentono nella cucina e nei dialetti, che a volte cambiano da un villaggio all’altro. È un argomento a parte, che avrà il suo momento – ve ne parlerò nei prossimi articoli.
Non è una regione di un’unica identità. È una regione di tutte le identità insieme – ed è proprio questo che faccio diventare il cuore di Calabrisella. Perché quando apri una bottiglia del mio olio, non stai aprendo solo un prodotto. Stai aprendo tremila anni di tradizione di una terra che ha attraversato tutto e non ha mai smesso di essere se stessa.
Se vuoi sentire il sapore di questa terra, e non solo leggerne – inizia dall’olio di Calabria. È il modo più semplice per portare un pezzo di questa storia sulla tua tavola.
👉 Scopri gli oli della Calabria su Calabrisella.pl
Domande frequenti
Il nome «Calabria» ha sempre indicato questa regione?
No. In origine, il nome «Calabria» indicava un’altra penisola, oggi parte della Puglia. Furono i Bizantini a trasferire questo nome sulla regione attuale nel Medioevo.
Da dove viene il nome «Italia»?
Dalla Calabria. In origine «Italia» indicava solo la punta meridionale della penisola – l’odierna Calabria – dal leggendario re Italo. Solo col tempo il nome si estese a tutto il paese.
Chi furono i primi abitanti della Calabria?
Enotri, Choni e Ausoni – popoli italici che abitavano questo territorio già prima della colonizzazione greca dell’VIII secolo a.C., e ancora prima – l’uomo primitivo, presente su questa terra già 700.000 anni fa.
Perché in Calabria ci sono villaggi dove si parla albanese?
Sono discendenti di profughi arrivati soprattutto dopo il 1468, in fuga dalla conquista ottomana dell’Albania. Si stabilirono su terre spopolate da epidemie e guerre, mantenendo fino a oggi la propria lingua e le proprie tradizioni.

That was amazing